IL RUOLO DEL REFERENDUM “NO-TRIV”

Domenica 17 aprile l’elettorato italiano è chiamato ad esprimere la propria posizione in merito ad uno degli argomenti più dibattuti di questo periodo: il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio entro le 12 miglia nautiche dalla costa, ovvero poco più di 22 km. Il referendum è stato proposto da nove regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise), dopo che una prima raccolta firme non aveva raggiunto l’adesione minima necessaria per presentare la richiesta.

 

Il cosiddetto referendum “no – Triv”, il cui nome appare già fuorviante in quanto non si parla di trivellazioni, ma di concessioni già esistenti, è accompagnato da una sensibile scarsezza di informazioni provenienti da fonti certe e da una conseguente disomogeneità nel pensiero comune ad ogni livello di competenza, notevole anche tra gli esperti del settore ambientale. Oltre a ciò, va ad aggiungersi la propaganda estremista di numerose associazioni ambientaliste, le quali si servono di immagini inverosimili ed informazioni parzialmente corrette per far leva in particolare su quella parte di popolazione che non dispone dei mezzi e delle conoscenze necessarie per prendere una posizione ponderata. Dal fronte opposto, però, i sostenitori del NO e la maggioranza al Governo, che rientra in questo schieramento, di fatto non hanno mostrato niente di concreto e trasparente che esponga in modo chiaro il processo che porta all’assegnazione e al rinnovo delle concessioni estrattive. Troviamo quindi che questa sia la più grande falla con cui gli elettori debbano confrontarsi: da un lato la disinformazione e dall’altro la non-informazione.

 

 

  • DA DOVE VIENE QUESTO REFERENDUM

 

Aiuta a capire le ragioni di questa disinformazione e non informazione conoscere il contesto e la cronistoria di questo referendum. Per un approfondimento invitiamo a leggere l’articolo di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza Di cosa parliamo quando parliamo di voto sulle trivelle su http://www.lavoce.info

In particolare, alcune norme approvate prima dal governo Monti (Decreto Sviluppo, art. 35 Disposizioni in materia di ricerca ed estrazioni di idrocarburi) e poi dal governo Renzi (Sblocca Italia, gli art. 36, 36-bis e 38 con misure volte a dare implementazione agli obiettivi prefissati dal documento di Strategia Energetica Nazionale, tra cui il titolo concessorio unico per le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi) avevano reso meno complesso ottenere permessi per attività di esplorazione e sfruttamento di giacimenti di idrocarburi dal fondale marino, aumentando il numero di anni di durata delle concessioni e rendendo possibili operazioni a meno di 12 miglia dalla costa.

 

Pippo Civati promuove nel settembre 2015 una raccolta di firme per indire un referendum sulle trivellazioni ed esplorazioni in mare. Le firme raccolte non sono sufficienti. Allora, poco dopo, dieci consigli regionali (Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) promuovono sei quesiti referendari sul tema ai quali il 27 novembre la Cassazione da il via libera. L’Abruzzo si ritira successivamente dalla lista dei promotori.

A dicembre 2015 il governo Renzi fà recepire al Parlamento le modifiche nella legge di stabilità. L’8 gennaio 2016, la Cassazione, viste le modifiche introdotte dalla legge di Stabilità, accantona cinque quesiti e rinvia il sesto sulla durata delle concessioni alla Corte Costituzionale che il 19 gennaio lo dichiara ammissibile. Il referendum viene indetto con un decreto del presidente della Repubblica. Il governo non interviene per modificare la norma ed evitare che si arrivi al voto, come già successo con la legge di stabilità.

Su due dei cinque quesiti che la Cassazione dichiara “decaduti” dopo gli interventi del governo nella legge di stabilità, sei regioni presentano alla Corte Costituzionale un conflitto di attribuzione: Basilicata, Sardegna, Veneto, Liguria, Puglia e Campania. Si tratta idei referendum che riguardano il “Piano delle Aree” e le proroghe dei titoli. Se venisse stabilito che c’è stato effettivamente un conflitto di attribuzione sarebbero annullate le modifiche legislative introdotte con la legge di stabilità; tornerebbero in vigore le vecchie norme dello Sblocca Italia e due dei referendum “decaduti” dovrebbero tornare ad essere validi.

 

  • I GIACIMENTI E LE CONCESSIONI

 

 

La prima informazione degna di nota riguarda la natura dei giacimenti in discussione: come riportato sul sito dell’Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse, la maggior parte delle piattaforme in discussione si occupano dell’estrazione di gas metano e non di petrolio. Le differenze chimico-fisiche e dei processi di formazione tra i due portano inevitabilmente a modalità estrattive differenti. Il gas risale immediatamente il pozzo senza difficoltà non appena questo viene perforato ed il trasporto può avvenire attraverso metanodotti oppure navi metaniere a seconda della distanza da percorrere; il petrolio invece è una miscela naturale di idrocarburi, che risale anch’esso per la spinta dovuta alla pressione, ma necessita di ulteriori iniezioni di liquido per far sì che ne venga estratta la maggior quantità possibile ed il trasporto, attraverso oleodotti (condotti di svariati chilometri di lunghezza intervallati da pompe che ne facilitino lo scorrimento) o petroliere, è più rischioso dal punto di vista ambientale in quanto incidenti potrebbero portare a disastri di entità maggiore.

Le piattaforme possono essere localizzate entro le 12 miglia dalla costa oppure oltre, al di là delle acque territoriali; in particolare il referendum riguarda soltanto il rinnovo delle concessioni riguardanti giacimenti situati entro il limite delle 12 miglia nautiche: ad oggi vi sono 92 strutture ubicate in questa zona, di cui solo 48 sono piattaforme eroganti. Le concessioni hanno durata iniziale di trent’anni e possono poi essere prorogate una prima volta per 10 anni, una seconda e una terza volta per altri cinque anni ed infine fino all’esaurimento del giacimento. In caso di vittoria del NO la situazione rimarrebbe invariata, mentre se vincesse il SI’ gran parte dei giacimenti dovrebbero chiudere nei prossimi quindici anni: tra queste si annovera la concessione D.C 1.AG, con scadenza nel 2018, che da sola ha prodotto l’8% della produzione nazionale nel 2015 e la cui chiusura rappresenterebbe una perdita significativa a livello nazionale, valore che però rappresenta meno di un punto percentuale se si considera consumo dell’intero paese.

Due domande, assolutamente antitetiche tra loro, mi sembrano ottimi spunti di riflessione per i cittadini: 1) se è stata ormai vietata la perforazione entro le 12 miglia che senso ha permettere di rinnovare le concessioni? 2) Allo stesso tempo, però, è molto probabile che le aziende si spostino solo qualche centinaio di metri oltre il limite previsto e quindi, considerati anche i rischi che si corrono nel tappare i giacimenti non estinti, avrebbe senso spingere verso la chiusura dei giacimenti attivi?

 

 

  • IL REFERENDUM E LE RINNOVABILI

 

 

Il comitato a favore del SI’ ha ribadito fin dal principio l’importanza del referendum come mezzo politico per inviare al Governo un forte segnale di dissenso verso lo sfruttamento di combustibili fossili in seguito anche alle decisioni prese a Parigi durante Cop21. Indubbiamente chiunque abbia a cuore il pianeta e la democrazia non può che sentire una grande responsabilità in questo voto, che, seppur riguardante una piccola parte dei giacimenti in una nazione certamente non famosa per la propria attività estrattiva, potrebbe rappresentare un momento di svolta importante. Trovo, però, che sia necessario sottolineare che non sarà sufficiente questo a renderci più Green, in caso di vittoria del SI’. La politica estrattiva, perché alla fine è questo il vero argomento della discussione, ha bisogno di essere regolata, più regolata e più chiara di quanto lo sia ora, ma le trivellazioni in sé non rappresentano a priori un mostro da eliminare subito ad ogni costo. Quando si sente parlare dello sviluppo e dell’efficacia delle energie rinnovabili spesso si dimentica quante risorse però derivino ancora dagli idrocarburi. E’ estremamente importante quindi che si tenga conto del periodo di transizione che si vivrà nei prossimi decenni, in cui gli idrocarburi conviveranno e, si spera, lasceranno prontamente sempre più spazio alle nuove fonti di energia. Perciò da un lato gli ambientalisti devono farsi una ragione del fatto che un completo abbandono dei combustibili fossili non accadrà a breve in nessuno scenario possibile ed immaginabile, mentre coloro che supportano ad ogni costo l’attività estrattiva e ne difendono a spada tratta i lavoratori devono ormai iniziare ad accettare il progressivo spostamento delle risorse energetiche verso fonti rinnovabili, per le quali sarà sicuramente richiesta forza lavoro.

In ogni caso, credo che questo referendum in sé e per sé possa avere sì un valore politico, perché è questo il grande ruolo che i referendum hanno avuto nel corso della storia, però dal punto di vista geologico e dell’inquinamento sarà necessario un cambiamento generale delle abitudini e dello stile di vita per far sì che le emissioni di gas serra vengano effettivamente diminuite.

 

  • ELECTION DAY E CONSULTAZIONI

 

Un altro dei punti su cui si è largamente dibattuto in merito al referendum no-triv è stato il non accorpamento del voto referendario con le elezioni amministrative.

Protagonisti del dibattito sono stati il Codacons, Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori (presidente Carlo Rienzi), e i Radicali, leader Marco Pannella.

Dopo aver esaminato la questione, il Tar della regione Lazio ha confermato il 17 aprile, domenica prossima, la data per il referendum sulle trivellazioni, con due ordinanze con le quali ha respinto le richieste dell’ associazione e del movimento politico. Le elezioni amministrative si terranno invece a giugno.

L’argomentazione principale da parte dei sostenitori dell’accorpamento è il danno economico: per il Codacons la non unificazione di referendum e amministrative produrrà, secondo le stime, un danno economico per i contribuenti di oltre 300 milioni di euro.

I Radicali incentrano invece la difesa della propria tesi sul diritto all’informazione e sul voto consapevole, accusando il governo di aver boicottato il referendum sulle trivelle, negando così il diritto a una corretta informazione da parte dei cittadini.

Queste le opinioni dei due maggiori sostenitori dell’ accorpamento.

Per il Tar, tuttavia, «non appaiono ravvisabili elementi sufficienti a rivelare l’irragionevolezza e/o illogicità della scelta della data del 17 aprile 2016». «la data in questione risulta in sintonia con l’indicazione temporale dall’art. 34 della legge n. 352 del 1970, posto che corrisponde ad una `domenica compresa tra il 15 aprile ed il 15 giugno´; –

Il tempo tra la data di adozione del decreto e la data del voto per il referendum sarebbe perciò inidoneo a garantire la corretta informazione degli elettori, in conformità, anzi, con gli standard internazionali sottoscritti dall’Italia.

Il fronte “No Triv” ha accolto con rabbia la decisione del governo, appellandosi al Capo dello Stato. In particolare, spicca la voce di Greenpeace, scagliatasi contro il governo: l’associazione accusa infatti le Camere di aver intenzionalmente affrettato i tempi del voto per il referendum al fine di ostacolare il raggiungimento del quorum di validità.

In conclusione, l’election day non ci sarà, con conseguente rimostranza di associazioni ambientaliste, movimenti politici e partiti di ogni orientamento. Una scelta, a quanto sembra, azzardata e impopolare da parte del Presidente del Consiglio, che dovrà adesso rispondere ad accuse di incoerenza con la politica di spending review e rimostranze su più fronti.

 

  • CONCLUSIONI

 

In conclusione ci auguriamo che ognuno abbia preso una posizione coerente col proprio pensiero e le proprie necessità, senza essere stato traviato da notizie false o inverosimili, ma essendo cosciente dell’importanza dell’argomento di cui si discute e del ruolo che ciascun elettore ha in una democrazia.

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